Il progetto

La guerra in montagna

DSCF0398Dal punto di vista geografico, il fronte italo-austriaco fino all’ottobre 1917 ricalcava quello che è oggi il confine fra la Lombardia, il Veneto e il Trentino, piegando verso il confine attuale con l’Austria e la Slovenia, fino a scendere verso Trieste. Disegnava quasi una grande “S” messa in orizzontale, lunga circa 600 km., per uno sviluppo totale di 3.000 Km. di trincee.
Il confine fra l’Austria e l’Italia si trovava su una sequela ininterrotta di varie catene montuose di altezza variabile dai 2mila ai quasi 4mila metri (gruppo Adamello-Ortles), solcate da poche vallate più o meno ampie poste a bassa quota.
Tanto gli attaccanti (Italiani) quanto i difensori (Austro-ungarici) adottarono già in tempo di pace misure preventive, costruendo una serie di fortificazioni e sbarramenti di ogni tipo, aventi lo scopo di bloccare le principali vie di accesso e i passaggi più agevoli che le vallate potevano offrire. Nella zona dell’Altopiano di Asiago-Sette Comuni e dintorni di Trento in particolare vi erano numerosi fortini , per la maggior parte costruiti dall’Impero Austro-ungarico che – all’epoca – era nostro “alleato”, pronti a impedire l’eventuale passaggio delle truppe italiane.

maggio_7911Anche se i fortini – tutti costruiti nella seconda metà del XIX secolo – risultavano obsoleti di fronte alle nuove armi da fuoco, furono sempre temuti e sopravvalutati dal Regio Esercito, che cercava di superarli, inerpicandosi sulle vette e da là dirigere i tiri dell’artiglieria pesante per distruggerli.
Gli austro-ungarici, all’inizio delle ostilità, misero in campo una formazione militare particolare: gli Standschutzen (riservisti) con i quali difesero, nei primi mesi, la fronte italiana in attesa del rientro delle truppe regolari dalla Galizia (Russia), impiegate là fin dal 1914. Con mossa strategica, considerando la morfologia territoriale e il numero degli uomini a disposizione, molti chilometri della frontiera italiana furono volutamente abbandonati dagli austriaci che si ritirarono su posizioni più efficacemente difendibili. Ciò provocò l’abbandono e la distruzione di interi paesi per non lasciarli “all’italiano invasore”, con la conseguente dispersione in aree remote dell’Impero austro-ungarico delle popolazioni di quelle vallate. I civili venivano per la prima volta coinvolti nelle operazioni belliche.

postazioni-italianeSe nei piani di Cadorna la massa di uomini e materiali doveva dare copiose spallate sul Carso per aprirsi la via verso Lubiana (e non poteva essere altrimenti), in montagna tutta la teoria di tattica militare dettava rigidissime regole.
Fra tutte vi era quella che chi possedeva il controllo delle vette controllava automaticamente il fondovalle. Solo allora le truppe, con migliaia di uomini e mezzi, potevano transitare senza alcuna difficoltà, appoggiate dall’artiglieria.
Non bisogna dimenticare che la guerra di assedio alle vette, in un primo tempo, fu fatta principalmente da uomini che vivevano ai piedi delle stesse: persone, dunque, che durante il periodo di pace commerciavano fra di loro attraverso i pascoli e i passaggi che la natura offriva; contadini e pastori, parlanti tutti italiano; alcuni di loro, veneti, trentini e friulani, avevano anche lavorato all’estero, proprio nell’Impero austriaco o in Germania come minatori, boscaioli, carpentieri e muratori.
Dopo quattro mesi dall’entrata in guerra, le cime non erano ancora presidiate dagli eserciti: i vani tentativi per sfondare sul Carso portarono dunque l’esercito italiano all’assedio delle montagne provocando la risposta austriaca: occupare stabilmente le vette!

reticolato-e-militarFu l’inizio di una guerra tutta particolare, mai fino ad allora avvenuta nella storia e in Europa! Si pensi al solo fatto di dare a molte centinaia di migliaia di uomini, la maggior parte proveniente dalle regioni meridionali d’Italia, il mezzo per svernare in condizioni di piena efficienza bellica, fisica e morale, su altezze che andavano dai 2 mila ai 3.500 mt. Tutto il Paese diede una risposta eccellente: le truppe italiane ebbero a ridosso della prima linea accantonamenti e baraccamenti costruiti con legname portato prevalentemente a soma e a spalla, pari a 3 mila metri cubi, 20 mila tonnellate di materiali metallici, 6 milioni di metri cubi fra stuoie, cartoni catramati, feltri, lamiere di eternit, solo per i baraccamenti nei quali furono poi ulteriormente allestiti lettini in ferro e legno per circa un milione di combattenti (l’Esercito italiano mobilitato raggiunse i 6 milioni di uomini su una popolazione di 36 milioni). Non meno di 20 mila stufe occorsero per riscaldare gli alloggi.
Furono distribuiti indumenti invernali confezionati dalla mano femminile che con atto d’amore si dedicò come non mai ai Combattenti: vennero confezionati circa 30 milioni di capi d’abbigliamento semplice, come calze, cravatte, guanti, pettorali, mutandoni, camice di flanella, cappucci, scarpe da riposo, zoccoli in legno con pelliccia per le sentinelle.

Tra le regole della guerra in montagna possiamo ricordare:

a) ad alta quota contava – principalmente – il singolo o pochi uomini, comunque conoscitori della zona. Questa regola provocò l’utilizzo e la formazione di reparti di Guide Alpine, contribuendo all’evoluzione dell’alpinismo (es. Giuseppe Gaspard, Ardito Desio, Adriano Revel, Giuseppe Tuana); fra quelle austriache basta citare un nome solo, quello di Sepp Innerkofler, morto sul Paterno e seppellito con onori militari dagli Alpini.
Si trattava di persone che da civili accompagnavano principi e re di varie nazioni e che non conoscevano nemici se non alpinisticamente parlando…

b) gli attacchi dovevano essere fatti solo d’estate e di preferenza col favore del maltempo. La posizione nemica veniva presa di mira dalle mitragliatrici o dai cannoni per coprire l’avvicinamento degli attaccanti e distruggere i reticolati che ostruivano i canaloni, le forcelle e i vari piccoli passi.
Gli attaccanti dovevano scalare le pareti portandosi il più vicino possibile all’avversario senza farsi scorgere da nessuno; al segnale stabilito, l’artiglieria cessava il fuoco e il gruppo d’assalto piombava alla baionetta sul caposaldo nemico. Infine contro trincee di minor importanza, capisaldi, sentinelle, vedette, pattuglie, si dovevano compiere azioni di disturbo, anche queste basate essenzialmente sulla sorpresa col favore del buio, della nebbia e della tormenta.

maggio_7896Dunque combattimenti, colpi di mano, cecchinaggio (i famosi tiratori scelti austriaci, presi fra i migliori cacciatori di camosci in Tirolo, infallibili con le loro carabine con cannocchiali, fecero illustre vittime fra gli italiani, come il Gen. Cantore sulle Tofane) furono sì molto cruenti, ma subito dopo, cessata la battaglia, per il nemico e per i prigionieri non vi era più odio e le regole cavalleresche, tipiche dei montanari, prendevano il sopravvento.
La guerra portò distruzione a quote elevate; un altro aspetto della guerra in montagna, ancora oggi poco conosciuto, ma evidentissimo per chi percorre quelle zone, fu la guerra di mine.
Si è scritto che per impossessarsi delle vallate bisognava avere le cime che le dominavano. Quando ciò non si riusciva a ottenere con attacchi diretti sul terreno, la conquista della cima poteva essere effettuata… eliminando la cima stessa!
Con un lavoro di lunghi mesi e una organizzazione da “formicaio”,migliaia di chili di dinamite vennero portati a mano di notte in cunicoli artificialmente scavati dalle trincee, fin sotto le vette da espugnare.
Gli italiani ne furono maestri: all’ora determinata e se il nemico intanto non aveva preparato nessuna contro-mina, le cariche innescate saltavano, creando morte e distruzione. Furono tremendamente sconvolti il monte Pasubio, il Col di Lana, il Castelletto delle Tofane e il Colbricon, per citare alcuni luoghi. Trentaquattro furono le mine del fronte dolomitico: centinaia di uomini, ancora oggi, giacciono sotto le macerie a testimonianza di aver obbedito, fino all’ultimo, la consegna di non abbandonare la posizione. Percorrere oggi in superficie quei campi di battaglia è come calcolare le dimensioni di un iceberg considerando solo la punta…

L’aspetto umano nella guerra in montagna
Gli uomini impegnati a combattere in montagna necessitavano di tutto: si è calcolato che per sopravvivere e soddisfare ogni bisogno un avamposto formato da 10 uomini aveva bisogno di circa 80 persone che lo rifornisse; gli eserciti si preoccuparono di costruire mulattiere, sentieri, baracche e ricoveri trasportando a spalla tutto l’occorrente. Da parte austriaca, si usarono i prigionieri russi che, trattati come animali, vennero impiegati per i lavori più pesanti. Oggi i resti di quei manufatti servono ai turisti di ogni nazionalità per raggiungere le vette allora tanto contese.
Più tardi si usarono le teleferiche, esattamente identiche a quelle che oggi si vedono in certe località per fare arrivare i tronchi tagliati vicino alle strade: allora servivano per trasportare viveri, munizioni, materiali vari, feriti e morti.
I collegamenti fra gli avamposti erano tenuti da esili fili del telefono che si spezzavano sovente: le comunicazioni vennero effettuate da arditi sciatori o “Skiatori” – come allora si usava dire. Così quello che è oggi uno sport di massa fu allora un mezzo di spostamento e comunicazione e dal punto di vista bellico una prima in assoluto: gli italiani impiegarono in massa dei battaglioni di soldati che, vestiti come fantasmi, attaccarono il Pian di Neve sul ghiacciaio dell’Adamello. Ma fu vera strage ugualmente…
giugno_8448Un nemico comune era per entrambi la natura: le valanghe e le bufere di neve, i congelamenti, le frane e i fulmini fecero numerosissime vittime più delle stesse armi. Alcuni diaristi riportarono l’orrore che ebbero per essere stati travolti da slavine. Impressionante fu – per esempio – quella che si verificò alla località “Gran Poz” in Marmolada a spese degli austriaci: i morti furono circa 300.
Spesso non si riuscivano subito a recuperare tutte le salme; si ripristinava la baracca e tutto tornava come prima. Solo al disgelo emergevano le vittime e si potevano contare, avendo così conoscenza della reale portata della tragedia. L’inverno 1916/17 – per ironia della sorte – fu il più rigido del secolo: già a settembre nevicò talmente tanto che l’altezza fu di 5 metri di spessore e in altri il doppio. Le valanghe del 13 dicembre 1916 furono non meno di 105: sul Cauriol si mossero ben oltre 2 milioni di m²; 2 milioni e mezzo in Valle Ossana, 6 milioni con una terza in Val Costeana sotto le Tofane. Purtroppo le perdite furono enormi, tanto quanto per una vasta offensiva.
Il ghiaccio e la neve, tuttavia, non furono solo causa di morte e distruzione, ma anche di salvezza. L’ingegnere austriaco Leo Handl, ufficiale combattente in Marmolada, ideò la famosa “Città di Ghiaccio”; consisteva in 12 km di gallerie scavate sotto il ghiacciaio a una profondità di circa 30-50 metri: i cunicoli, opportunamente allargati, contenevano camerini per soldati, magazzini per viveri e munizioni, accessi per postazioni di cannoni, una stanza con altare per le funzioni religiose, una infermeria e innumerevoli condotte per il vapore caldo, in modo da riscaldare l’ambiente. Vi si trovavano inoltre generatori per corrente elettrica che creavano suggestive luci negli ambienti rendendo la vita quasi tranquilla. La “Città di Ghiaccio” di Leo Handl fu un vero gioiello dell’uomo che cercò con tutti i mezzi di contrastare la natura.

La fine della guerra e la “non sconfitta”.
Sui monti la guerra terminò improvvisamente: il 3 novembre 1918 le montagne s’illuminarono con fuochi e razzi gialli, verdi e rossi. Dovette essere uno spettacolo incredibile. Gli austriaci scesero volontariamente da quelle posizioni mantenute, in alcuni settore del fronte, fin dal 1915 e si consegnarono agli italiani, avviandosi verso un ignoto destino di prigionia e ulteriori patimenti a cui venne aggiunta l’onta della sconfitta.