L’Italia in guerra: tappe di un conflitto

1915 – LE OPERAZIONI INIZIALI
Il piano strategico di Cadorna, considerando la conformazione geografica del fronte, la disponibilità di mezzi e uomini, i tempi strettissimi ai quali dovette sottostare causa la incosciente volontà politica di mantenere segreto perfino al Comando Supremo il Patto di Londra, nel settore isontino fu difensivo, ma con azioni offensive mirate solo al miglioramento delle posizioni. Infatti l’unico territorio che si poteva prestare a manovrare un esercito numeroso come non mai, era quello del Carso e dell’Isonzo: una offensiva in grande stile poteva portare l’esercito verso Trieste e Lubiana. Pertanto la I^ Armata (dallo Stelvio al Lago di Garda), il Comando Fortezza di Verona (dal Lago di Garda al Passo della Lora) e il V° Corpo d’Armata con la 15^ divisione compresa (dal Passo della Lora, il settore Brenta-Cismon e Croda Grande) dovevano mantenere contegno difensivo, eseguendo offensive parziali per meglio assicurare l’inviolabilità della frontiera, mirando al possesso delle alture, occupando porzioni di territorio nemico. La II^ e III^ Armata (da Montemaggiore al Judrio e dal Judrio al mare) doveva svolgere l’azione offensiva, velocemente sia verso M. Stol e il Kolowrat, sia forzando l’Isonzo fra Cervignano e Monfalcone. La IV^ Armata (dalla Croda Grande al Monte Peralba escluso) doveva iniziare l’espugnazione degli sbarramenti di Sexten, Landro e Valparola non appena erano terminate le operazioni della radunata e l’arrivo delle artiglierie d’assedio. Infine la Zona Carnia (dal Monte Peralba a Montemaggiore escluso), doveva occupare immediatamente quelle postazioni anche in territorio nemico utili per procedere alle operazioni d’assedio contro Malborghetto, Raibl e Predil. Purtroppo, come si sa, le cose non andarono secondo quanto stabilito.
Tuttavia nel 1915 due furono le azioni più consistenti e rilevanti:

Conquista del Monte Nero (mt.2245): è la montagna più alta che si erge sulla sinistra del fiume Isonzo e che dalla conca di Plezzo, per le successive vette del Monte Rosso, Sleme, Mrzli e Vodil, digrada nella conca di Tolmino.
Il 24 maggio 1915 le truppe italiane, passato il confine e l’Isonzo a Caporetto, risalirono le prime pendici del Monte Nero, espugnando il contrafforte Vrsic – Vrata. La conquista successiva del Monte Nero s’imponeva per dare sicurezza alle nostre posizioni sulla sinistra dell’Isonzo e per le future manovre verso Tolmino. L’attacco fu ideato dal generale Donato Etna, comandante dei Gruppi alpini A e B della II^ Armata, per la notte del 16 giugno 1915. Gli alpini del Gruppo A dovevano muovere dal Kozliak e quelli del Gruppo B dal Vrata, affidato alla 35^ Compagnia del Battaglione Susa.
L’attacco del Kozliak fu per opera dell’84^ Compagnia del Battaglione Exilles, comandato dal Capitano Vincenzo Arbarello, coadiuvato dal Ten. Alberto Picco che scalarono il monte, mentre la 35^ Compagnia del Susa col Cap. Vittorio Varese (Medaglia d’Oro), raggiungeva la cresta. Con azione simultanea gli alpini piombarono sulle vedette nemiche e alle ore 4,45 del 16 giugno il monte era preso. Il Ten. Picco lasciò la vita (Medaglia d’Argento), ma questa azione, avvenuta nelle prime settimane di guerra, suscitò enorme interesse ed attrasse l’attenzione dell’opinione pubblica sulle Truppe Alpine che stavano dando le prime prove di valore nella guerra combattuta sulle Alpi. I battaglioni Susa ed Exilles ebbero le Medaglia d’Argento.
Il 24 ottobre 1917, avvenuto lo sfondamento di Caporetto, alle ore 15 gli austroungarici occuparono questo paese, isolando il Monte Nero e tutta la zona. Il 25, una parte delle truppe italiane riuscì a ripiegare sulla destra dell’Isonzo e una parte invece rimase sulle posizioni e si difese fino al 29 ottobre; esaurite le munizioni e le vettovaglie, i difensori si arresero dopo disperata resistenza.

Combattimento di Malga Zurez: nel sottosettore Baldo – Altissimo – Mori si scontrarono contro truppe austroungariche gli alpini del Verona e Val d’Adige, coadiuvati dai Volontari Ciclisti Automobilista (VCA), nel cui interno vi erano dei nuclei della corrente letteraria Futurista, e da alcuni Volontari Irredenti trentini. Le località divenute famose per la loro presenza sono Doss Casina, Dosso Alto e Malga Zures In particolare, in quest’ultima località, alle prime luci dell’alba del 30 dicembre 1915, su terreno di neve ghiacciata, il Colonnello Bassino ordinava l’attacco contro le agguerrite posizioni all’intorno della Malga, ma un ordine del comandante del Sottosettore, Generale Raffa, lo obbligava a dividere le forze che dovettero così muoversi su obiettivi più ampi. Solo il plotone comandato da Mario Angheben (di famiglia trentina, ma nato a Fiume), provò a conquistare la Malga per ben quattro volte, nonostante le perdite e gli ostacoli dei reticolati. Poco dopo l’alba i superstiti ripiegavano nelle linee di partenza, ma le perdite furono gravi: si persero 7 ufficiali (12 feriti), 74 alpini (153 feriti) e tre Irredenti (Mario Angheben, Arturo de Bonetti e Remo Galvagni, tutti decorati con Medaglia d’Argento). Questo fatto fu l’unico in tutta la guerra che vide una così massiccia contemporanea presenza di 20 volontari trentini inquadrati in un medesimo reparto, a svolgersi su territorio trentino.

Da ricordare anche la lotta sul Pal Grande e Pal Piccolo, in Carnia.
Furono oggetto di accanita lotta poiché quel tratto di fronte aveva particolare importanza sia per gli Austroungarici (che di là avrebbero potuto, per la Val Grande e del But scendere al fiume Tagliamento e minacciare alle spalle le truppe italiane operanti sull’Isonzo), sia per gli italiani cui sarebbe stato possibile puntare nella vallata del Sail ed insediare una delle principali vie di comunicazione dell’Austria. Gli italiani già il 26 maggio 1915 s’impadronirono del Pal Grande; dalla cima del Pal Piccolo gli austroungarici furono scacciati con un attacco improvviso dei battaglioni alpini Tolmezzo e Tagliamento. Gli austroungarici però iniziarono violenti contrattacchi, senza raggiungere lo scopo. Il 6 giugno, anzi, il Battaglione alpini Tolmezzo riusciva ad occupare il Freikofel (posizione interposta fra i due Pal) che perso e ripreso più volte, rimaneva alla fine in mano italiana. Il mattino del 14 giugno, due Battaglioni austroungarici attaccarono le posizioni del Pal Piccolo, presidiate da un Battaglione della Guardia di Finanza, distruggendolo. Nonostante l’intervento degli alpini con anche il Battaglione alpino Val Vraita, la situazione potè essere ristabilita in parte, ma la vetta – osservatorio del Pal Piccolo (q.1866), rimase in mano all’avversario. Il 2 luglio 1915 gli alpini riuscirono ad espugnare un forte trincerone sulla sommità del Pal Grande.
La situazione rimase immutata fino al 26 marzo 1916 quando gli austroungarici tentarono un poderoso attacco alle posizioni italiane sul Pal Piccolo (q.1859). sbucando da gallerie scavate nella neve, piombarono su una compagnia di alpini, riuscendo ad insediarsi nelle trincee. Dopo però tre contrattacchi di bersaglieri, fanti e alpini, il 27 le posizioni tornarono come prima.
Fino all’ottobre 1917 la situazione rimase immutata, ma con un continuo stillicidio di vite umane per entrambi i contendenti. Con la rotta di Caporetto,tutte le posizioni vennero abbandonate.

1916 – LE OFFENSIVE SUL TERRENO MONTANO
Offensiva Austroungarica sugli Altipiani: dal 15 maggio al 15 giugno 1916 il Comando Supremo austroungarico concentrò nel Trentino 14 Divisioni, 3 Brigate da Montagna e 1150 pezzi d’artiglieria e costituì 2 Armate. Gli italiani, per quanto concerne gli alpini, predispose una forza di 38 Battaglioni. Lo sforzo offensivo maggiore dell’avversario si concentrò nel settore Val Lagarina – Val Brenta. Questa fu la prima offensiva su grande scala che provocò un arretramento notevole della linea italiana, la perdita di uomini e materiali; Cadorna però poté manovrare le truppe confidando anche in una tenace resistenza dei combattenti e attendendo l’offensiva dell’alleato russo sul fronte galiziano che si scatenò da li a poco. Tuttavia, se la strategia globale fu chiara in Cadorna, le ripercussioni politiche e psicologiche all’interno del Paese furono molto gravi e determinarono una prima crisi ministeriale che portò alle dimissioni del Ministero Salandra sostituito da Boselli. Il 15 giugno però le truppe austroungariche, consce del fatto che la spinta offensiva non poteva più proseguire, sapientemente, si sganciarono dalla linea italiana e si ritirarono su posizioni a loro favorevoli e sapientemente allestite a difesa. Gli italiani, purtroppo, non seppero inseguire l’avversario e la programmata controffensiva fallì. Nei bollettini ufficiali del Comando Supremo italiano comparvero per la prima volta i nomi di Asiago, Ortigara e altri che divennero poi tristemente famosi l’anno successivo.
In particolare Asiago, capoluogo dell’Altipiano dei Sette Comuni, allo scoppiare della guerra divenne un centro di grande importanza logistica per gli italiani. Il paese fu molte volte bombardato da aerei e il 15 maggio 1916, iniziata, come sopra ricordato, la grande offensiva austroungarica, fu colpito anche da proiettili di grosso calibro, segnandone la sua distruzione. Ridotta a macerie, fu dunque sgomberata dagli italiani e sino alla fine della guerra, rimase fra le opposte linee subendo l’estrema distruzione.
Altro monte coinvolto nell’offensiva austroungarica e che diventerà nel 1917 ancora più noto a seguito della guerra di mine, fu il Pasubio.
Posto a cavallo dell’antico confine fra Italia ed Austria, domina l’importante strada delle Dolomiti che per il Pian delle Fugazze pone in comunicazione Rovereto (allora austriaca) con Schio in Italia. già il 6 giugno 1915 le truppe italiane occuparono il monte fino al Col Santo e tale possesso si mantenne fino alla primavera del 1916 quando – appunto – si sferrò la Strafexpedition. Perduto il Col Santo (18 maggio 1916), il pericolo di rottura del fronte e conseguente discesa nemica verso la pianura veneta, fu pericolosissima; un altro forte attacco sferrato il 2 luglio fu però arrestato dai Fanti della Brigata Volturno e Verona comandati dal generale Roversi che riprese alcune posizioni, Col Santo escluso. La lotta continuò violenta con l’intento degli italiani di riprendere il terreno precedentemente perduto e punti cruciali delle battaglie furono i “Denti del Pasubio” e l’orlo del Cosmagnon. Il primo Dente fu espugnato dagli alpini del Battaglione Aosta, ma poi il 17 settembre 1916 fu dovuto abbandonare, ritirandosi sul “Dente italiano” (q.2220), mentre gli austriaci rimasero sull’altro Dente (q.2203). Nel 1917, come vedremo più in dettaglio, si svolse una particolare lotta che merita un approfondimento a parte.

Il Cauriol e la guerra in montagna: il 27 agosto 1916 gli alpini del Battaglione Feltre, accompagnati dal fuoco della 5^ Batteria da Montagna, avanzarono sotto fuoco avversario e, dopo una feroce lotta corpo a corpo, conquistarono la vetta del Cauriol (m.2494) sui Lagorai, Val di Fiemme. Fu mantenuto contro i reiterati assalti avversari del 3 settembre 1916 e successivamente le truppe del “Nucleo del gen. Ferrari” ampliarono l’occupazione con la conquista delle vette di quota 2318 (15 settembre 1916), e quota 2094 (17 settembre 1016) fino alla Busa Alta (16 ottobre 1916). In seguito alla rotta di Caporetto, il Cauriol, così come tutta la catena dei Lagorai, fu abbandonato dalle truppe italiane il 4 novembre 1917, ripiegando sul Grappa e Piave.

Marmolada (3960 mt): il massiccio dolomitico è limitato dal torrente Cordevole, dalla Val di Fassa e Val San Pellegrino; ha il ghiacciaio più esteso di tutte le Dolomiti. Fu teatro di epici combattimenti per il controllo del passo di Fedaia, ma aspra lotta s’accese nell’aprile – maggio 1916 con la Brigata di Fanteria Alpi e il Battaglione alpino Val Cordevole per l’occupazione del Pizzo e Punta Seruta. La Marmolada fu famosa anche perché gli austroungarici costruirono sotto il suo ghiacciaio 12 km di gallerie per portare uomini e materiali nascondendoli all’osservazione diretta degli italiani. Episodio notevole da ricordare è la lotta per la Forcella a Vu nella quale esplose una mina austriaca uccidendo 15 Fanti che stavano preparando una contro-mina.

Il Gruppo delle Tofane, Dolomiti.
Il Gruppo Dolomitico sopra il passo Falzarego (Cortina), è formato dalle tre Tofane: la I^ (q.3220), le II^ (q.3241) e la III^ (q.3232); infine sono da considerare il Lagazuoi e il Castelletto delle Tofane.
Nella zona operò la II^ Divisione (Brigata di fanteria Umbria e Como) e il 5° Gruppo Alpini. il 28 maggio 1915 gli alpini iniziarono le operazioni per scendere in Valle Travenanzes e si ebbero combattimenti per il possesso della Forcella di Fontana Nigra e poi per la presa del Castelletto.
Il 9 luglio 1916 dopo un arditissimo combattimento, gli alpini occuparono con una scalata epica la vetta detta “Tre Dita” sulla Tofana I^ e il 30 luglio 196 fu occupata con altrettanta mirabile ascesa e dopo furioso combattimento parte della Tofana II^ fino alla Forcella di Bois.
Nel 1917 dopo vari ed epici combattimenti violenti e mirabili anche dal punto di vista alpinistico, fu occupata la Tofana III^. A fine ottobre 1917 il fronte, come tutto il settore dolomitico, fu abbandonato a seguito dello sfondamento di Caporetto sull’Isonzo e le truppe italiane si ritirarono sul Grappa, sul Monte Tomba e sul Piave.
In questa sede merita anche di accennare alla lotta sul Castelletto delle Tofane: gli austroungarici ne avevano fatto un potente caposaldo difensivo perché da là potevano dominare da una parte la Val Costeana e la Strade delle Dolomiti; dall’altra la Val Travenanzes. Più volte le truppe italiane della 17^ Divisione fra l’estate e l’autunno del 1916, tentarono invano d’impadronirsene. Deciso di farlo saltare con una mina, questa esplose l’11 luglio 1916 e nonostante la tenace resistenza austroungarica, gli alpini del 5° Gruppo riuscirono a conquistarlo.
Il Lagazuoi è formato dalla quota 2817 (Lagazuoi Grande) e dalla quota 2779 (Lagazuoi Piccolo). S’iniziò l’espugnazione nell’estate del 1915 per potere avere il dominio del passo di Falzarego e di Valparola, quest’ultimo adducente in val Abbadia. Furono lentamente conquistate elevate ed aspre posizioni, come la “Punta Berrino” e la “Cengia Martini”, ma la vetta del Lagazuoi Piccolo, nonostante gli sforzi nel 1916 e 1917 non potè essere mai presa dagli italiani. Gli austroungarici, dal loro canto, tentarono ripetutamente di sloggiare gli italiani dalle nostre posizioni, spina nel fianco delle loro difese, anche con numerose e poderose mine: memorabile fra tutte quella del 22 maggio 1917 contro la “Cengia Martini”. Con una nostra mina, il 20 giugno 1917 riuscimmo a conquistare la posizione di quota 2668 sotto la Cima del Lagazuoi.

1917 – L’ANNO TERRIBILE
LA GUERRA DI MINE.
Pasubio: su questo monte si giunse ad una lotta in montagna del tutto particolare. Strategicamente la conquista delle vette e alte posizioni aveva lo scopo di dominare l’avversario, guardare e colpire le retrovie onde poi scendere nel fondovalle, coperti dal fuoco proveniente dalle postazioni dominanti. Se dunque le vette erano la chiave per manovrare nel fondovalle, nel caso in cui le cime non si riuscivano a conquistare tramite attacchi in superficie, si cercò di eliminarle fisicamente, facendole saltare. Il Pasubio fu uno degli esempi più macroscopici di questa assurda strategia. Complessivamente furono 5 mine austroungariche e 4 italiane che sconvolsero i “Denti” fra il settembre 1917 e il marzo 1918. La prima mina austroungarica fu del 29 settembre 1917; il 2 ottobre fu quella italiana e il 22 un’altra italiana. Il 24 dicembre 1917 brillarono due mine austroungariche sotto il Dente italiano; il 21 gennaio 1918 fu la volta di un’altra italiana, mentre il 2 febbraio 1918 fu quella austriaca. Il 13 febbraio furono gli italiani a minare, arrivando alla data del 13 marzo 1918 dove gli austroungarici esplosero la più grande mina su quel monte. Oggi, percorrere sulla superficie il campo di battaglia del Pasubio è come esplorare un iceberg solo sulla sommità.
Sul Pasubio, oltre alla guerra di mine, il Genio italiano compì una serie di opere imponenti come ad esempio la strada che dalle Bocchette di Campiglia (m.1210) giunge alla sommità del monte scalando la parete sud attraverso più di 50 gallerie. Furono poi costruiti acquedotti e numerose teleferiche.
Finita la guerra la zona del Pasubio fu dichiarata “Zona Sacra” e nel 1928 fu creata la “Fondazione pro ex Combattenti della I^ Armata” che ebbe in custodia il Monumento-Ossario (1926) che raccoglie tutti i Caduti della zona.

Il Col di Lana (2464 mt.): posto alla confluenza del torrente Cordevole col rio Andraz tra Livinallongo e il piano di Falzarego, gli austroungarici ne avevano fatto un formidabile caposaldo difensivo a copertura dello sbarramento Corte – Valparola. Nei primi di luglio 1915 le Brigate di Fanteria Alpi e Calabria e il III° Bersaglieri, tentarono la conquista senza successo e con alte perdite. La lotta si concentrò su due speroni ribattezzati per la loro forma “Cappello di Napoleone” e “Panettone”. Nonostante numerosi attacchi, il 15 agosto 1915 i Bersaglieri riuscirono a conquistarne una posizione che prese il nome di “Ridotta Lamarmora”. Fatti nuovi preparativi, il 18 ottobre 1915 si ripresero gli attacchi verso la cima e sui fianchi del monte. I reparti al comando del Tenente Colonnello Peppino Garibaldi (pronipote di Giuseppe Garibaldi), riuscirono a prendere il giorno 23 le forti trincee sotto il “Cappello di Napoleone” e il 26 lo occupa con la sella del Col di Lana. A fine mese un Battaglione della Brigata di Fanteria Basilicata riuscì a prendere anche il “Panettone”. Il giorno 7 novembre un Battaglione della Calabria riuscì a piantare la bandiera italiana sulla Vetta, ma nella notte stessa gli austroungarici riuscirono a riprendersela.
Durante l’inverno del 1916 si pensò di far saltare la vetta con una mina, studiata dal Genio secondo il progetto del Tenente Gaetani. Dopo mesi di assiduo lavoro, fu pronta e alla mezzanotte del 17 aprile 1917 si diede fuoco alle cariche. La vetta fu ridotta a un grande cratere nel quale venne seppellito gran parte del presidio austroungarico. Tuttavia le truppe avversarie opposero resistenza dal vicino monte Sief che addirittura controllava la vetta del Col di Lana, vanificando di fatto tutte le successive azioni italiane che cessarono nell’ottobre 1917 a seguito dell’abbandono della zona per le vicende sul fronte di Caporetto.

Ortigara: posto a settentrione dell’Altipiano di Asiago, gli austroungarici, dopo l’offensiva del 1916 si erano fortemente trincerati sulle quote 2015 e 2101, allestendo un sistema di difesa insormontabile. Nella primavera dell’anno successivo, fu decisa la conquista del Monte per poi estendere l’occupazione l’orlo più a nord dell’Altipiano verso la Valsugana. L’operazione prevedeva un attacco su vasta fronte contro anche il Monte Forno e lo Zebio. Le posizioni austroungariche furono difese dal 3° Corpo d’Armata comandato dal Tenente Maresciallo Mecenseffy (che poi morirà a Campo Gallina il 6 ottobre 1917).
Il 10 giugno 1917 l’artiglieria italiana aprì il fuoco che però non riuscì a distruggere le forti difese dei reticolati e la nebbia ne impedì l’osservazione diretta degli effetti del tiro di distruzione. Tuttavia, alle ore 15 venne dato l’ordine d’attacco. Il Raggruppamento alpini agli ordini del gen. Di Giorgio, espugnò d’impeto, con forti perdite, il passo dell’Agnella e la quota 2101 dell’Ortigara. Il Raggruppamento alpini del gen. Cornaro invece attaccò il Monte Campigoletti, ma venne arrestato dalle intatte difese e dal fuoco avversario.
L’ammassamento delle truppe, concentrate in pochi chilometri quadrati, fu facile bersaglio per l’artiglieria austroungarica, i cui tiri provenivano dal Panarotta, Belvedere, Corno di Campo Bianco, Valsugana e Cima Undici. La conformazione geografica, la neve marcia presente e successivamente la pioggia con nuvole basse contribuirono a rendere sempre più precaria la situazione; il 19 giugno il “Gruppo Stringa” si mosse all’assalto e dopo un’efficace preparazione d’artiglieria, alle ore 6,45 conquistò anche la quota 2105.
Le posizioni laterali, valorosamente difese dagli austroungarici, non cedettero, rendendo così insostenibile la tenuta stessa dell’Ortigara. Il 25 giugno, dopo un altro terribile bombardamento austroungarico, le truppe d’assalto si lanciarono sulle quote contese dove vi erano 11 battaglioni alpini e la Brigata di fanteria Regina: furono pressoché tutte annientate e il monte ripreso dagli avversari; il 29 giugno il passo dell’Agnella veniva sgomberato.
Le perdite della 52^ Divisione furono di 657 ufficiali e 15.181 uomini di truppa, fra feriti e dispersi; quelle austroungariche di 309 ufficiali e 8.985 uomini di truppa. Fra le truppe alpine morirono 110 ufficiali (con 330 feriti e 50 dispersi) e 1.454 alpini (con 8.127 feriti e 2.564 dispersi).
Il totale degli alpini posti fuori combattimento assommò alla cifra di 12.635.

La battaglia di Caporetto: l’offensiva austroungarica nacque dalla richiesta alla Germania da parte del Comando Supremo austroungarico, che temeva di non riuscire più a sostenere le massicce spallate dell’Esercito italiano, di effettuare azioni sul fronte dell’Isonzo. Così si pensò di sferrare un attacco decisivo contro l’ala nord della II^ Armata italiana: anche Hindemburg aveva notato che il fronte fra Plezzo e Tolmino aveva delle criticità sia in senso geografico che organizzativo a sfavore degli italiani. La Germania quindi inviò 7 Divisioni e tutta l’operazione fu al comando di von Below. L’obiettivo base era quello di ricacciare gli italiani dalla zona del Carso fin dietro il Tagliamento. L’offensiva dunque si scatenò il 24 ottobre 1917 su un fronte di 50 km, colpendo prima le riserve (addossate in spazi ristretti) creando un panico generale e poi sulla I^ linea; le condizioni atmosferiche a favore degli attaccanti e in parte l’elemento psicologico di stanchezza delle truppe. Infine la negligenza di alcuni generali quali Capello e Badoglio in contrasto con le direttive di Cadorna, fecero il resto come è ampiamente noto.

1918 – L’ANNO DELLA RISCOSSA
ADAMELLO (3954 mt.).
La sua posizione era strategica, perchè dominava quattro valli e il passo del Tonale, ove passava il confine fra Impero Austroungarico e Regno d’Italia. L’Adamello sorvegliava le comunicazioni per mezzo della catena di Monte Castellaccio – Monticelli e indirettamente i passi che incidevano il contrafforte di Monte Castellaccio – Conca Presanella. Il gruppo dell’Adamello è quasi completamente ricoperto di ghiacciai ed era soggetto a temperature polari (-42° nell’inverno 1916).
Su questo fronte si fecero operazioni militari uniche nella storia, note come “Guerra Bianca”.
Le più importanti furono operate dalla 5^ Divisione del gen. Cavaciocchi tra aprile e maggio 1916, per la conquista della Cresta Lobbia Alta – Dosson di Genova – M.te Fumo e delle postazioni nemiche alla testata di Val di Genova dominante la Conca di Presena.
Qui si deve ricordare il trasporto del cannone italiano da 149 G “Ippopotamo” issato a braccia fino al passo Veneroccolo a 3100 mt slm.
Il 12 aprile 1916 furono conquistate varie postazioni, escluso il M.te Fumo. Il 29 si tentò di occupare il Crozzon di Fargarida – passo di Cavento. Dopo però alterne vicende gli italiani occuparono i passi di Fargarida e Topete e anche le creste che separono la testata di Val di Genova dalla Conca del Presena.
Fino alla primavera del 1917 ci furono alterne vicende ed epiche azioni e il 15 giugno 1917, le truppe della 5^ Divisione, stavolta al comando del gen. Albricci, conquistarono il Corno di Cavento (3402 mt) ad opera del Battaglione alpino Val Baltea.
Nel maggio 1918 il nuovo comandante della Divisione, Gen. Piccione, iniziò una complessa azione per la conquista della Conca del Presena e della Cresta dei Monticelli, culminata il 25 maggio con la presa del passo di Maroccaro, del Presena e dello Zigolon (tutte quote oltre i 3 mila metri).
Il 15 giugno 1918 gli Austroungarici sferrarono una poderosa offensiva nella zona dell’Adamello – passo del Tonale, nota come “Operazione Valanga”: riconquistarono subito il Corno di Cavento e altre posizioni, ma la resistenza e il contrattacco italiano ne vanificò gli sforzi. Infatti il 19 luglio 1918 il Val Baltea, il Monte Mandrone e il Val d’Intelvi riconquistarono di nuovo il Corno di Cavento e l’azione fu annoverata fra le più ardite e gloriose imprese che gli alpini effettuarono durante la guerra.
Alla fine di ottobre del 1918 le truppe italiane scendevano dalle vette contese dell’Adamello e dal passo del Tonale per irrompere in Val di Sole e da la scendere in Val d’Adige per fermare le truppe Austroungariche in ripiegamento da tutto il fronte italiano della Grande Guerra.

ORTLER (3904 mt.).
Massiccio sulle Alpi Retiche, limitato dal passo dello Stelvio e d’Aprica, costituiva l’estrema posizione del nostro fronte appoggiata alla frontiera svizzera. Durante la guerra i ghiacciai dell’Ortler furono traforati da gallerie da entrambi le parti e la lotta fu aspra e penosa soprattutto per le altezze raggiunte e l’ambiente climatico estremo. Da parte italiana si scavarono nel ghiacciaio oltre 11 km di gallerie. Il passo dell’Ortler (3355 mt) fu conquistato dalle nostre truppe il 12 maggio 1916 con lotte di pattuglie superbamente addestrate ed equipaggiate dal punto di vista alpinistico. Nonostante successi parziali, la situazione generale non mutò. Tuttavia solo dal punto di vista logistico e umano, è da ricordare la nostra conquista della Punta del San Matteo (3692 mt) che rappresentò il combattimento svoltosi alla più alta quota nella Prima Guerra Mondiale. La Punta fu presa nell’agosto 1918 dal Battaglione alpini Monte Ortler, ma venne poi perduta nel settembre dello stesso anno.

Il Monte Grappa (mt.1776): questo monte era già conosciuto all’Esercito italiano nel novembre 1916 in occasione di un sopralluogo che Cadorna fece: comprese con lungimiranza l’importanza strategica di quella zona e ordinò, soprattutto dal punto vista logistico, la costruzione di vie di comunicazione nell’eventualità che divenisse zona di combattimento. I lavori propri di difesa come gallerie, trincee, reticolati e postazioni per artiglieria e mitragliatrici però vennero effettuati solo dopo il ripiegamento delle truppe italiane sul Piave e si po’ ben dire che il Grappa fu difeso in questa occasione solo per la tenacia degli uomini forti d’animo e desiderosi di resistere ad ogni costo per scacciare l’avversario dal suolo patrio e liberare la popolazione che si trovava sotto il giogo degli austro-tedeschi. Dal novembre 1917 all’ottobre 1918 tutti gl’italiani conobbero luoghi geografici (Col Moschin, Col Caprile, Asolone, Col della Berretta, Pertica, Col dell’Orso, Valderoa, Monte Spinocia, Monte Tomba, solo per citare i principali) sui quali entrambi i combattenti scrissero epiche pagine di valore oltre ogni sopportazione. Il Grappa assunse un valore simbolico della resistenza e della riscossa degli italiani e la Madonnina del Grappa ne è ancora immagine ideale insieme al Sacrario italiano ed austroungarico. Il Monte Asolone negli ultimi giorni dell’ottobre 1918 divenne per gli avversari un luogo di sacrificio e resistenza estrema quando poi ormai l’Impero per il quale avevano dato tutto era già smembrato. Il successo militare degli italiani sul Pive e la Battaglia di Vittorio Veneto, segnò il destino dell’avversario, ma non sull’Asolone non furono sconfitti almeno sotto l’aspetto militare. Caduto il fronte anche sul Grappa, la via per Trento era aperta e molti alpini furono fermati dall’Armistizio nelle valli che l’avversario nell’anno precedenti “aveva disceso con orgogliosa sicurezza”.