Lo stato di guerra, 24 maggio 1915

austriaci-suonataIl 23 maggio 1915 Vittorio Emanuele III emanava il seguente proclama:

 “Soldati di terra e di mare! L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il comando supremo delle forze di terra e di mare, con sicura fede nella vittoria che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire. Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell’arte, egli vi opporrà tenace resistenza; ma il vostro indomito slancio saprà di certo superarla. Soldati! A voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui terreni sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri.”

cadorna-in-visitaAlle ore 4 del 24 maggio 1915 dal Forte Verena partiva il primo colpo di cannone contro l’Impero austro-ungarico: l’esercito italiano, condotto dal Generale Luigi Cadorna aveva un obiettivo, raggiungere Trieste e Lubiana, operando il massimo sforzo sull’Isonzo.
La lentezza della manovra italiana, a causa di informazioni errate sul numero dei soldati avversari, dava però modo al nemico di rinforzare gli organici: quando gli italiani giunsero vicino alle postazioni avversarie oltre l’Isonzo la battaglia divenne aspra.
Fu vera e propria guerra di posizione in trincea, sulle montagne tra i duemila e i quattromila metri, sugli altipiani, a ridosso delle città da conquistare.
Il fronte italo-austriaco fino all’ottobre 1917 ricalcava quello che è oggi il confine fra la Lombardia, il Veneto e il Trentino, piegando verso il confine attuale con l’Austria e la Slovenia, fino a scendere verso Trieste. Disegnava quasi una grande “S” messa in orizzontale, lunga circa 600 chilometri, per uno sviluppo totale di 3.000 chilometri di trincee.

Se nei piani di Cadorna la massa di uomini e materiali avrebbe dovuto dare forti spallate sul Carso per aprirsi la via verso Lubiana (e non poteva essere altrimenti), in montagna tutta la teoria di tattica militare dettava rigidissime regole.

giugno_8409Fra tutte vi era quella che chi possedeva il controllo delle vette controllava automaticamente il fondovalle. Solo così le truppe, con migliaia di uomini e mezzi, avrebbero potuto transitare senza alcuna difficoltà, appoggiate dall’artiglieria. In un primo momento la guerra di assedio alle vette fu fatta principalmente da uomini che vivevano ai piedi delle stesse: contadini e pastori, parlanti tutti italiano; alcuni di loro, veneti, trentini e friulani, avevano anche lavorato all’estero, proprio nell’Impero austriaco o in Germania come minatori, boscaioli, carpentieri e muratori.

Dopo quattro mesi dall’entrata in guerra, le cime non erano ancora presidiate dagli eserciti: i vani tentativi per sfondare sul Carso portarono dunque l’esercito italiano all’assedio delle montagne provocando la risposta austriaca: occupare stabilmente le vette!

trincea-2Fu l’inizio di una guerra tutta particolare, mai vissuta nella storia e in Europa! Fu una guerra combattuta sulle montagne, dolorosa, vissuta nel silenzio delle valli, nel bagliore dei colpi di cannone, nella solitudine delle notti buie.
A molte centinaia di migliaia di uomini, molti provenienti dalle regioni meridionali d’Italia, vennero dati i mezzi per svernare in condizioni di piena efficienza bellica, fisica e morale, sulle Alpi.

E il Paese fece la sua parte: a ridosso della prima linea vennero organizzati accantonamenti e baraccamenti costruiti con legname portato prevalentemente a soma e a spalla, pari a 3 mila metri cubi, 20 mila tonnellate di materiali metallici, 6 milioni di metri cubi fra stuoie, cartoni catramati, feltri, lamiere di eternit; nei baraccamenti furono allestiti lettini in ferro e legno per circa un milione di combattenti (l’Esercito italiano mobilitato raggiunse i 6 milioni di uomini su una popolazione di 36 milioni). Non meno di 20 mila stufe occorsero per riscaldare gli alloggi.
soldati-e-caniFurono distribuiti indumenti invernali confezionati da amorose mani femminili che si dedicarono ai Combattenti: vennero confezionati circa 30 milioni di capi d’abbigliamento semplice, come calze, cravatte guanti, cappucci, pettorali, mutandoni, camice di flanella, cappucci, scarpe da riposo, zoccoli in legno con pelliccia per le sentinelle.