giugno_8446Due le regole importanti in montagna: per prima cosa ad alta quota contava il singolo o pochi uomini conoscitori della zona. Si ricorse a reparti di Guide Alpine, contribuendo all’evoluzione dell’alpinismo sia in Italia che sul versante austriaco.
Gli attacchi poi dovevano essere fatti solo d’estate e di preferenza col favore del maltempo. La posizione nemica era presa di mira dalle mitragliatrici o dai cannoni per coprire l’avvicinamento degli attaccanti e distruggere i reticolati che ostruivano i canaloni, le forcelle e i piccoli passi. Gli attaccanti scalavano le pareti avvicinandosi all’avversario senza farsi scoprire; al segnale stabilito, l’artiglieria cessava il fuoco e il gruppo d’assalto piombava alla baionetta sul caposaldo nemico.
Contro trincee di minor importanza, capisaldi, sentinelle, vedette, pattuglie, si dovevano compiere azioni di disturbo, anche queste basate essenzialmente sulla sorpresa col favore del buio, della nebbia e della tormenta.

Dopo i duri scontri, i colpi dei cecchini, il dolore, la morte,
a combattimento finito nelle trincee tra i soldati e i prigionieri si riscopriva il lato umano.

sciatoreGli uomini impegnati a combattere in montagna necessitavano di tutto: si è calcolato che per sopravvivere e soddisfare ogni bisogno un avamposto formato da 10 uomini aveva bisogno di circa 80 persone per il rifornimento; vennero costruiti sentieri, mulattiere, baracche e ricoveri trasportando a spalla tutto l’occorrente. Da parte austriaca, si usarono i prigionieri russi che vennero impiegati per i lavori più pesanti. Più tardi si usarono le teleferiche per trasportare viveri, munizioni, materiali vari, ma anche feriti e morti.

trinceaI collegamenti fra gli avamposti erano tenuti da esili fili del telefono che si spezzavano sovente e le comunicazioni effettuate da arditi sciatori o Skiatori – come allora si usava dire.
Un nemico comune era per entrambi la natura: le valanghe e le bufere di neve, i congelamenti, le frane e i fulmini fecero numerosissime vittime più delle stesse armi. Alcuni diaristi riportarono l’orrore vissuto sotto le slavine.
Spesso non si riuscivano subito a recuperare tutte le salme; si ripristinava la baracca e tutto tornava come prima: solo al disgelo si potevano contare le vittime.

Il ghiaccio e la neve, tuttavia, non furono solo causa di morte e distruzione, ma anche di salvezza: famosa è infatti la Citta di Ghiaccio ideata dall’ingegnere austriaco Leo Handl, ufficiale combattente in Marmolada, 12 km di gallerie scavate nel ghiacciaio a una profondità di circa 30-50 metri con  cunicoli che contenevano camerini per soldati, magazzini per viveri e munizioni, accessi per postazioni di cannoni, una stanza con altare per le funzioni religiose, una infermeria e innumerevoli condotte per il vapore caldo, in modo da riscaldare l’ambiente.

Sui monti la guerra terminò improvvisamente: il 3 novembre 1918 le montagne s’illuminarono con fuochi e razzi gialli, verdi e rossi. Gli austriaci scesero volontariamente da quelle posizioni mantenute, in alcuni settore del fronte, fin dal 1915 e si consegnarono agli italiani, avviandosi verso un ignoto destino di prigionia e ulteriori patimenti a cui venne aggiunta l’onta della sconfitta.

 

02La realtà è ancora e soltanto qui, nello scenario attonito degli abeti curvi sotto il bianco, nel fluire in sordina di un filo d’acqua 15 sotto il cristallo dei torrenti irrigiditi. Invitano con tepore d’accorata tenerezza le baite illuminate, confitte nei pendii grigi. Solo alpini e muli qua su, nell’austerità delle grandi montagne. E la serietà del nostro destino accettata con freddezza. Timori, speranze sono cose lontane e vane.
(Paolo Monelli, Scarpe al sole)

“La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta”
Il Generale Armando Diaz
Bollettino della Vittoria, Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12

Martin Gilbert